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  • g76 22/6 pp. 4-7
  • Un regime di terrore di cui si parla in tutto il mondo

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  • Un regime di terrore di cui si parla in tutto il mondo
  • Svegliatevi! 1976
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Svegliatevi! 1976
g76 22/6 pp. 4-7

Un regime di terrore di cui si parla in tutto il mondo

I GIORNALI del Malawi non parlano di quello che accade ai testimoni di Geova in quel paese. Viene compiuto uno sforzo per impedire che queste atrocità divengano note. La ragione di ciò è chiaramente indicata da queste parole di Cristo Gesù:

“Chi pratica cose vili odia la luce e non viene alla luce, onde le sue opere non siano riprovate. Ma chi fa ciò che è vero viene alla luce, onde le sue opere siano rese manifeste, poiché sono state compiute in armonia con Dio”. — Giov. 3:19-21.

Anche se si cerca di far scendere una coltre di silenzio sul paese, i fatti sono trapelati. Il 6 gennaio 1976, The Japan Times dichiarò: “I giornalisti occidentali non possono entrare né nel Malawi né nel Mozambico, quindi non sono in grado di confermare indipendentemente le notizie sulla persecuzione fatte pervenire dalla setta che ne è oggetto. Ma le notizie trapelate nel Sud Africa sui maltrattamenti inflitti ai Testimoni sono abbastanza numerose da renderle credibili”.

In precedenza, Colin Legum, scrivendo nell’Observer di Londra del 7 dicembre 1975, aveva detto: “Da decine di villaggi del Malawi cominciano a giungere notizie sulle atrocità commesse contro i Testimoni di Geova, atrocità che comprendono selvagge percosse, atti di violenza e di depravazione sessuale e torture. . . . Le testimonianze particolareggiate dell’esistenza di questo nuovo regime di terrore si basano sulle dichiarazioni raccolte dalla Società Torre di Guardia dei Testimoni, ma sono anche corroborate indipendentemente dalle notizie giunte dai villaggi”.

Fuori del Malawi, si sono udite voci di disgusto e disapprovazione. Negli Stati Uniti, ad esempio, il Public Employee Press del 16 gennaio 1976, parlando delle sofferenze dei Testimoni di Geova, disse quanto segue in un articolo intitolato “Tattiche naziste nell’Africa Centrale”:

“‘Ufulu, ufulu!’ Il 6 luglio 1964 questo grido echeggiò nella Repubblica del Malawi, un paese dell’Africa Centrale che in precedenza si chiamava Niassa. Fu il grido che si levò alla sua nascita. Si era affrancato dal dominio degli Europei. Questa parola, tradotta, significa ‘libertà’. Il nuovo nome assunto [Malawi] significa ‘acque ardenti’. Nel 1975 arde davvero una fiamma nel paese, sì, un incendio che ha di nuovo privato una minoranza di abitanti del Malawi dell’ufulu. Di conseguenza cittadini ossequenti alle leggi sono oggetto di atti di violenza carnale, torture, maltrattamenti inenarrabili e distruzione di beni”.

Dieci anni di terrore

È una lunga e sordida storia quella delle atrocità commesse contro questi cristiani pacifici. Fu nel 1964 che la prima ondata di persecuzione si abbatté sui Testimoni di Geova del Malawi. Avvenne per la stessa ragione di ora. I Testimoni di Geova conoscono la dichiarazione di Cristo Gesù, che ‘il suo regno non è di questo mondo’ e che i suoi seguaci non sarebbero stati parte di questo mondo. (Giov. 18:36; 15:19) Pertanto, a motivo della coscienza e dei princìpi basati sulla Bibbia i Testimoni di Geova non solo del Malawi ma di tutto il mondo non si occupano di politica né si iscrivono ai partiti politici. Per questa ragione e per questa soltanto, nel 1964, nel Malawi un numero di 1.081 loro abitazioni e oltre cento loro Sale del Regno, o luoghi di raduno, furono bruciate o danneggiate in altri modi.

Nel 1967, The Times del Malawi annunciò che il governo aveva messo al bando i Testimoni di Geova. Ciò diede il via a nuove aggressioni in tutto il paese. Le case e le Sale del Regno dei Testimoni furono incendiate ed essi furono picchiati e messi in prigione. Migliaia di Testimoni di Geova fuggirono nei vicini Zambia e Mozambico per trovarvi asilo.

Cinque anni dopo, il Partito del Congresso del Malawi arrivò al punto di adottare formalmente una risoluzione che chiedeva di licenziare tutti i Testimoni dai posti di lavoro, di scoraggiarne le attività agricole e commerciali e di cacciarli con la violenza dai villaggi in cui abitavano. La ferocia delle aggressioni provocate da questa risoluzione assunse nuove dimensioni. Alcune ragazze furono violentate a più riprese, uomini furono picchiati fino al punto che persero i sensi e vennero inflitte varie torture, tutto nel tentativo di indurre i Testimoni di Geova a rinnegare le loro convinzioni religiose, ad andare contro la propria coscienza e a comprare le tessere d’iscrizione al partito politico al potere. Bruciate le loro case, distrutti i loro raccolti, rubato o ucciso il loro bestiame, i Testimoni fecero un esodo in massa dal paese. A lungo andare, circa 36.000 di essi, bambini inclusi, si erano stabiliti in dieci campi profughi aperti nel vicino Mozambico.

Nel 1975, la maggioranza di questi campi fu chiusa dal nuovo governo del Mozambico, e migliaia di Testimoni furono costretti a riattraversare la frontiera e a tornare nel Malawi. La rivista Svegliatevi! dell’8 maggio 1976 conteneva l’orripilante racconto degli atti di depravazione che essi subirono dopo questo rimpatrio forzato, ciò di cui hanno parlato anche giornali, riviste, radio e televisione in tutto il mondo. Alla lista delle crudeltà si aggiunse un nuovo elemento. Oltre alle solite percosse, agli atti di violenza carnale e alle torture, furono aperti campi di detenzione in cui ammassare i Testimoni.

Evocato il ricordo dei campi di concentramento nazisti

Entro la terza settimana di dicembre del 1975, oltre 3.000 Testimoni maschi erano stati imprigionati nel campo di detenzione di Dzaleka vicino a Dowa, a nord di Lilongwe. Erano stati tutti accusati, condannati e imprigionati per due anni. Anche le Testimoni furono messe in tali campi. Le informazioni ricevute in gennaio del 1976 indicavano che a quel tempo oltre 5.000 uomini e donne cristiani erano allora in prigione nel Malawi, e gli arresti continuavano. In alcuni di questi luoghi le donne avevano con sé i bambini. Forse la parte più commovente delle notizie che giungono da questi campi riguarda il fatto che alcuni bambini sono morti per mancanza di cibo adeguato e per altre difficoltà.

Un Testimone ha scritto dalla prigione: “Con tanti prigionieri ci sono soltanto 400 piatti. Pertanto, alcuni si fanno mettere lo nshima [cibo tradizionale del Malawi] su una mano e il condimento sull’altra. Spesso i fratelli devono mettere lo nshima caldo per terra e mangiarlo lì”.

Come i nazisti, i capi di questi campi di detenzione hanno messo i Testimoni ai lavori forzati. A quanto è riferito, gli ufficiali dicono loro: “Come ha disposto il governo, ci farete da trattori”. Nel campo di Dzaleka fu additata ai Testimoni una collina e fu detto loro che dovevano scavarne con le sole mani trenta centimetri. Quest’ordine fu dato prima alle Testimoni, con l’idea che avrebbero subito desistito e acconsentito ad andare contro la propria coscienza. Invece eseguirono quel faticoso lavoro e rimasero salde nelle proprie convinzioni. I Testimoni furono costretti a tagliare e trasportare pesanti ceppi. Li obbligarono pure a trasportare grosse pietre per distanze di quattro chilometri. Anche i malati furono costretti a lavorare, mentre i sovrintendenti dicevano con scherno: “Il vostro Dio vi aiuterà”.

Gli uomini politici istigano ancora alla persecuzione

Non solo i funzionari federali del Malawi si sono rifiutati di venire in aiuto dei Testimoni di Geova, ma alcuni hanno provocato ulteriori aggressioni.

In una zona del Malawi, il sig. Katora Phiri, un parlamentare, fece un giro di discorsi pubblici, istigando gli abitanti locali a molestare i Testimoni di Geova. Incoraggiò la popolazione a far sparire i Testimoni dalla zona. Di conseguenza, quattro congregazioni di Testimoni di Geova della zona furono prese d’assalto, e gli uomini furono picchiati.

L’11 novembre 1975, nel Villaggio di Chiendausiku, un altro parlamentare, il sig. Muluzu, diede fuoco a tre case di proprietà dei Testimoni. Il 13 novembre, il sig. Muluzu, accompagnato dal capo del villaggio, diede fuoco ad altre quattro umili case di Testimoni. E il 15 novembre 1975, nel villaggio di Mdala e in quello di Mgochi furono bruciate altre due case di Testimoni.

Neppure la polizia del Malawi è senza colpa. In vari luoghi della zona di Ncheu, uomini e donne cristiani furono selvaggiamente picchiati da giovani del Partito del Congresso del Malawi. Una di queste donne fu picchiata così violentemente che si dovette ricoverarla all’ospedale. L’ospedale denunciò il fatto alla polizia. Quando la Testimone fu dimessa la polizia andò ad arrestarla, anziché a chiedere la sua cooperazione per prendere gli aggressori! Nel posto di polizia di Snape Valley, alcune cristiane furono violentate per una notte intera prima d’essere portate in prigione.

Sì, per quanto sembri incredibile, il governo del Malawi non ha creduto opportuno porre fine alle brutali aggressioni di cui questa minoranza religiosa è stata ripetutamente oggetto. È vero che in certe parti del paese v’è stata una relativa calma. Alcune autorità locali hanno mostrato benignità e compassione ai Testimoni del Malawi permettendo loro di rimanere nei villaggi nativi a coltivare indisturbati i propri orti. Queste autorità fanno onore al paese. Purtroppo sono anch’esse in minoranza.

Questo problema del mancato intervento delle autorità fu menzionato in The Nigerian Chronicle del 26 dicembre 1975. Esso citava il Daily Nation del Kenya il quale avrebbe detto che il continente africano si faceva “sempre più la reputazione di seguire una doppia norma”. Spiegava queste parole aggiungendo: “Quando viene perseguitato qualcuno in America, in Russia o in Sud Africa, in India e in Cina, si levano all’unisono voci di protesta per condannare i responsabili. Quando accadono cose del genere agli abitanti di stati africani, neppure i funzionari dell’Organizzazione per l’Unità Africana (OAU) si prendono la briga di fare un commento”.

Sì, ancora una volta il mancato intervento delle autorità o addirittura la loro complicità nella persecuzione ha costretto i Testimoni di Geova del Malawi a rifugiarsi in altri paesi. Alcuni che ne avevano la possibilità sono andati al campo profughi di Milange, nel Mozambico. Secondo una notizia ricevuta nel gennaio del 1976, nel campo c’erano circa 12.000 cristiani del Malawi, insieme a circa 10.000 loro compagni di fede mozambicani che stanno avendo prove simili.

Se questo crudele regime di terrore continuerà, verrà infine meno la resistenza dei Testimoni di Geova e perderanno essi la loro integrità verso Geova Dio? Oppure le autorità del Malawi smetteranno infine di perseguitare questi uomini e donne cristiani? Tali domande sono considerate nel prossimo articolo.

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